Isara

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L’uomo svoltò l’angolo, e per poco non si scontrò con una delle puttane che affollavano quei vicoli puzzolenti. Imprecò duramente contro la baldracca, la quale per tutta risposta si sollevò le gonne in un gesto osceno.
Con la manica del pesante pastrano l’uomo si asciugò il sudore che gli imperlava la fronte; la notte era fredda e nebbiosa, ma la rapidità del suo incedere e l’ansia che lo attanagliava lo stavano facendo sudare come in una dannata sauna.
Tastò con la punta delle dita il petto, per accertarsi che il contenuto della sua tasca interna fosse ancora al suo posto. Dio solo sapeva che fine avrebbe fatto la sua testa, se l’avesse perso.
Svoltò in un altro vicolo, domandandosi che cosa fosse a farlo sentire così vulnerabile; dopotutto erano stati inviati altri tre messaggeri con lettere fasulle, per sviare i sospetti, e lui era certo che nessuno eccetto la sua ombra lo stesse seguendo. Inoltre, se anche qualche idiota avesse avuto la temeraria pensata di sbarrargli la strada, aveva sempre con sé la sua fida Luger P08 per fargli cambiare idea.

10 metri più in alto, Isara camminava silenziosamente sulle tegole, rese viscide dall’umidità notturna, tenendo d’occhio la figura che camminava sulla strada sotto di lei.
Quegli uomini si credevano molto furbi, ma le era bastato osservare quale dei quattro messaggeri si guardava intorno più nervosamente per capire che doveva essere lui a trasportare la missiva. Così, lo aveva seguito fin lì, ma durante il tragitto si era resa conto che, in un punto imprecisato tra l’edificio da cui era partito e il lurido vicolo in cui si trovava, l’uomo si era perso. Lo aveva osservato divertita mentre si fermava agli incroci, guardandosi intorno, per poi imboccare esitante una direzione, apparentemente scelta a caso.
Aveva pedinato il poveretto, saltando agilmente da un tetto all’altro, aspettando con pazienza il momento giusto, e ora quel momento era arrivato.
Sotto di lei, l’uomo aveva imboccato un vicolo cieco, un budello largo un paio di metri e lungo una cinquantina, con un rigagnolo putrido che serpeggiava sull’acciottolato. Arrivò fino circa a metà strada prima di accorgersi di aver imboccato la strada sbagliata, ma ormai era troppo tardi.
Isara sollevò il cappuccio sopra la testa e saltò rapidamente giù dal tetto, atterrando senza rumore su un balcone due piani più in basso. Da lì, il salto a terra fu questione di attimi.
Non un suono giunse all’orecchio dell’uomo, che, seccato dalla brusca interruzione del suo cammino, si stava guardando intorno disorientato.
Quando si voltò per tornare indietro, la ragazza era a mezzo metro da lui.
Sorpresa e panico si dipinsero sul suo viso mentre cercava di arretrare, e poi il terrore, quando 60 centimetri di acciaio gli attraversarono il ventre.
Mentre si accasciava sulla pavimentazione lurida, con il sangue che gli sgorgava tra le dita che cercavano disperatamente di fermarlo, alzò gli occhi sulla figura davanti a lui, con in mano la spada corta che gli aveva sottratto la vita.
Con le ultime forze, mentre le lacrime gli rigavano il viso, formulò con le labbra una sola parola: “Perché?”
Ma non ricevette risposta a quella domanda posta dall’Inferno: la giovane donna rimase in piedi, a guardare la pozza rossa intorno a lui diventare sempre più grande, fino a che ogni barlume si spense nel suo sguardo.
Allora si chinò, gli abbassò le palpebre e frugò nella sua giacca fino a trovare quello per cui lo aveva ucciso; prese anche le poche monete che l’uomo aveva in tasca, buttando a terra il borsello che le conteneva per fare in modo che l’uccisione passasse più facilmente per una rapina finita male.
Dopodiché si arrampicò nuovamente fino al tetto soprastante, buttò un’ultima occhiata nel vicolo e sparì letteralmente nel buio.
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Abbandonata appena nata sulla porta della Confraternita degli “Jigoku no koroshi ya”, gli Assassini dell’isola di Okeshi, Isara è stata allevata insieme ai suoi “fratelli” per un solo scopo: uccidere.
Mercenari ma con un rigido codice d’onore, i koroshi ya viaggiano per l’Impero portando a termine i loro incarichi con freddezza e precisione, o morendo nel tentativo: una volta entrati nella Confraternita non è possibile abbandonarla, per nessuna ragione.
Non esiste una vera e propria gerarchia nella Confraternita, solo il Daimyo si eleva al di sopra degli altri confratelli, in qualità della sua esperienza e saggezza. Vi è un gruppo di “Jigoku no koroshi ya” in ogni grande città dell’Impero, in modo da garantire una copertura capillare sul territorio, e l’assenza di lotte per il potere è garantita sia dal fatto che il codice d’onore dei koroshi ya impedisce loro di possedere beni che non siano legati allo studio e alla pratica delle arti dell’omicidio, sia dal fatto che al traditore verrebbe data la caccia in ogni angolo del mondo conosciuto.
Ma non sempre la disciplina tiene a freno l’ambizione.
Di ritorno dall’ultima missione che le era stata assegnata, nel mezzo della notte, Isara trovò l’edificio che ospitava la Confraternita in fiamme, e tutto intorno confratelli morti o feriti.
Insieme ai sopravvissuti aveva aiutato chi poteva essere aiutato, e posto fine alle sofferenze degli altri; mentre svolgeva questo amaro compito, era venuta a sapere che cosa era successo.
Un altro confratello, Kakihara, aveva guidato un piccolo gruppo di ribelli per spodestare il Daimyo, uccidendo l’anziano e incendiando l’edificio prima di sparire nel nulla.
Da quella notte l’unico scopo di Isara è diventato quello di trovare e uccidere i traditori della Confraternita, lasciando ai suoi confratelli e al nuovo Daimyo il compito di ricostruire ciò che era andato distrutto.

Isara

Cronache di Antan RayneBlackmoon